"Se amate senza suscitare amore, vale a dire, se il vostro amore non produce amore, se attraverso l'espressione di vita di persona amante voi non diventate una persona amata, allora il vostro amore è impotente, è sfortunato.".
Ditemi qualcosa di più
vorrei avere, per favore, notizie di me
datemi un indizio in più
qualcosa che mi aiuti a capire
che fine ho fatto,
che cosa mi è successo di nuovo
che cosa faccio, dove mi trovo
Io non esisto, io sono il vuoto
sono quello tagliato via nella foto
io sono il margine, sono la sponda
io sono quello che resta all’ombra
io sono il mai, io sono il senza
io sono l’inesistenza
io sono il buio, non ci sono e non c’ero
io sono la dissolvenza al nero
Ditemi qualcosa di più
qualcosa che mi aiuti a capire
datemi un indizio in più
vorrei sapere
che fine ho fatto,
che cosa mi è successo di nuovo
che cosa faccio, dove mi trovo
chissà che faccia ho adesso
che cosa mi è successo
Io non esisto, io sono il vuoto
sono quello tagliato via nella foto
io sono il margine, sono la sponda
io sono quello che resta all’ombra
io sono il mai, io sono il senza
io sono l’inesistenza
io sono il buio, non ci sono e non c’ero
io sono la dissolvenza al nero
Io sono niente, sono il non vivo
io sono il punto interrogativo
sono lo zero, sono il cancellato
io sono il bambino mai nato
sono il mancante, sono l’assenza
sono l’eroe della desistenza
io sono il no, sono il disperso
sono il filo interrotto del discorso
Io sono il nulla, io sono il vuoto
sono quello che manca nella foto
io sono il forse, io sono il mai
io sono ciò che non ricorderai
io sono fumo, io sono aria
io sono il buco di memoria
io sono il non so il presente negato
io sono quello che non c’è mai stato
Io sono quello di cui non si chiede
io sono quello che non si vede
sono la fuga, il cammino perduto
io sono il disertore ignoto
sono il refuso, la latitanza
la distrazione, la dimenticanza
sono il dilemma, sono il non saprei
io sono quello che non c’è mai
Io sono il nulla, io sono il vuoto
io sono quello che non viene in foto.
Giorgio Canali


- Si può quindi insegnare a vivere? È possibile imparare a vivere al di fuori del dolore dell’esperienza? Si può accettare e affermare la vita? In particolare oggi, quando è così di moda maledire?
Il professore annuì con entusiasmo.
- Imparare a vivere è innanzitutto imparare ad amare la vita, che vuol dire amare e basta. Aprite le finestre, il cielo, gli oceani: l’amore entrerà a fiotti. Poi, ben imbevuti d’amore, bisogna imparare non a morire ma a non morire. E non morire è proprio trasmettere la propria vita nel compiere l’opera e la visione che se ne è avuta.
- Quale visione?
- Lascerò la risposta a Baudelaire: “È dunque con la poesia e attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, che l’anima intravede gli splendori situati dietro la tomba”. Baudelaire crede che le lacrime che versiamo scoprendo il Bello rivelino la nostra natura esiliata nell’imperfezione mentre vorrebbe affermare subito, qui sulla terra, il paradiso che le viene rivelato. Mi capisce?
- Sì. Ho sempre creduto al paradiso da trovare, al paradiso in terra.
- Brava! Facciamo una scommessa. Se non troviamo altro senso alla nostra vita, questo interludio tra il vuoto precedente, quando non eravamo ancora sulla terra, e il vuoto futuro, quando saremo scomparsi, ci resta pur sempre da credere di poter sapere creare, in questo istante miracoloso e misterioso della nostra presenza, un paradiso. Entriamo in competizione con l’Eden originario.
- Ci sto! – dissi con slancio, ridendo.
Decisamente, il sosia di Pierre Barbizet m’incantava: serio e insieme faceto, leggero e grave. “Ci vogliono molti anni per diventare giovani” diceva Picasso.
- Ha la chiave di questo paradiso? – ripresi.
- L’abbiamo tutti: si crea nel preciso istante in cui due esseri s’incontrano nel medesimo slancio di generosità reciproca. Ma l’incontro deve avvenire nella condizione ideale di libertà totale di ognuno, e l’uomo è davvero libero solo quando crea. È lì che Dio si nasconde.
- Capisco: la vita trova senso nel paradiso dell’opera e l’opera trova senso nella sua trasmissione viva e vitale. È così?
- Sì. Credere nella vita è credere nella sua potenza e per penetrarvi dobbiamo liberarci da ogni superstizione, dalla tragedia del voler essere amati, riconosciuti, applauditi a ogni costo… che ci porta a odiare. La potenza della vita è lo slancio verso l’altro, la capacità di amarlo e ammirarlo senza voler esercitare nessun tipo di potere su di lui, nel rispetto assoluto della sua libertà. Vede, si torna al rapporto tra maestro e discepolo. Ciò che può corrompere questo rapporto essenziale è proprio il bisogno di celebrazione, di applausi, il desiderio di sminuire l’altro per tenerlo sotto la propria ala. Quando solo la potenza della vita è all’opera – la potenza e non il potere – allora siamo liberi, come gli uccelli nel cielo o i pesci nel mare. Per questo, né la musica, né la pittura o la scrittura, né nessun altra arte può avere un fine in se stessa, perché la vita non è qualcosa di personale.
Aggrottai la fronte. C’era qualcosa che mi sfuggiva nel rapporto tra la finalità dell’arte e la vita. Glielo dissi.
- Se l’espressione artistica è una celebrazione della vita, in un movimento assolutamente libero – mi spiegò con voce pacata – allora l’artista accetta di dissolversi in essa. Per dirla prosaicamente: nessuna arte può essere utilizzata per fini di gloria o vanità personali. La creazione è più grande del suo creatore, lo sovrasta, lo assorbe. Ecco perché bisogna resistere alla tentazione, sdegnare la celebrità per celebrare soltanto la vita.
- Creare, interpretare, significa innanzitutto imparare ad essere liberi?
- Sì. È la grande lezione degli artisti, degli eroi e dei santi. Ma non basta essere liberi, non è un fine in se stesso. Bisogna essere liberi di imparare il grande alfabeto della creazione, per scrivere, qui e ora, il paradiso. Allora ogni scritto diventa, inevitabilmente, una lettera d’amore. “Quando scrivo, ti amo” dice Auden. Di fatto, bisogna spingere il concetto ancora oltre: si dovrebbe morire solo per amore, e non di una morte tragica; bisognerebbe creare solo per superare questa morte e smettere di creare solo nella morte.
Hélène Grimaud
Roma 14/02/09 @ INIT Club, via DELLA STAZIONE TUSCOLANA 133