Essendo l'Italia un'oligarchia vaticana fondata sul condono, il filmato della BBC che segue non è mai stato trasmesso dalle vostre tv. Eccolo. Buona orribile visione!
Preferisco la nudità dei silenzi
Alle maschere di parole, come la mia...
Assaporo ogni respiro, sai?
E lo farò finché distinguerò i gusti:
Il sapore metallico della lama,
Il gusto acido delle medicine
Sai bene di cosa parlo, vero?
Dolce soffio nascosto da un probabile addio
Insignificante aria inghiottita dall'ossigeno
E se avessi bisogno di aria pulita?
E se finora avessi respirato solo polvere?
Ho in mano un biglietto di sola andata
Verso la mia ultima chance
E se ti dicessi che ne ho uno anche per te, dimmi,
Lo vorresti?
E se avessi bisogno di aria pulita?
E se finora non avessi respirato che polvere?
E se...
Ok, facciamo finta che vada tutto bene e sorridi!
Applausi...
Sipario.
Mi chiama Bene e mi fa, "senti, stiamo lavorando ad uno spettacolo sui diritti umani, non è che te la sentiresti di leggere una breve introduzione fuori campo all'inizio?". Ovviamente me la son sentita al volo. Vado mercoledì pomeriggio alle prove, a Castel Del Piano. Il gruppo è composto da 4 attrici/attori: Bene (autrice di tutto), Angelica, Alessio e Giacomo. Conosco Anna e la sua dolcissima chitarra, Beatrice. E poi c'è Tages che si occupa delle musiche e Davide, il fact totum.
E' stato molto bello vedere il fermento dei lavori, le ansie, gli "scleri" e gli scazzi. Ognuno a suo modo coinvolto pienamente in un tragitto difficilissimo da affrontare. Mi sono bastati pochi istanti per capire che questi ragazzi avevano già vinto la loro sfida. Questo gruppetto di persone ha buttato giù uno spettacolo intensissimo, potente ed emozionante. In tre quarti d'ora hanno portato il pubblico in giro per le macerie di un mondo calpestato da se stesso. La cosa più difficile era cercare di reggere gli occhi di chi recitava. Così profondi e convinti, ti guardavano dritto in faccia mentre piangevano e denunciavano di donne violate, d'infanzie negate, di pena di morte, sfruttamento, mafia, ipocrisia... Qant'è facile cadere nella retorica con simili argomentazioni? Zero retorica, signori! Tutto cuore e verità!
Applausi a scena aperta, con occhi ludici e fieri di fronte a giovani che si mettono in gioco così appassionatamente. Lo spettacolo è talmente valido che dovrebbe essere riproposto a tutte le scuole superiori. Già stiamo lavorando affinché si possa effettuare una replica ad Abbadia.
E' stato un vero onore essere stato coinvolto in quest'avventura (e non avventuretta!, come ha detto un sedicente, patetico ed irrisolto direttore artistico). Grazie ragazze e ragazzi. Mi avete dato tantissimo!
Premessa new age. Ogni volta che vedo una manifestazione di piazza invoco l'apocallisse ancora più forte. Mi immagino tempeste di napalm e voragini abissali che squarciano il terreno inghiottendo gli impegnati-per-un-giorno giù, nel profondo delle viscere, per essere poi rivomitati fuori da crateri sulfurei...
Detto questo, sarebbe stato davvero carino se, essendo un giorno dedicato alla famiglia, vi avessero partecipato tutte le persone che credono nel diritto di averla, a prescindere dalla prorpia fede e dalle proprie convinzioni. Se le persone omosessuali e le coppie etero di fatto si considerano davvero aventi il diritto al riconoscimento dello stato di famiglia, è a Piazza San Giovanni che sarebbero dovuti andare. In massa!
È finita la rassegna. Dando inizio a molte più cose. L’ambizione era quella di raggiungere le 50 iscrizioni. Sono state 80 tonde tonde! Un successo di presenze a partecipazione oltre le più rosee aspettative. Ragazze, ragazzi e molti adulti presenti nel vero senso della parola. Aldilà di tutto, il dato più significativo e gratificante è stato l’evento di sabato sera nel quale, di fronte a un Del Papa mai meno che ispirato, c’erano una quarantina di persone che hanno deliberatamente scelto di aderire a un laboratorio sulla legalità e la democrazia anziché andare a ballare o ad ubriacarsi o peggio come la triste tradizione adolescenziale, e non solo, impone.
Non c’è stato un solo evento che non abbia avuto una forte impronta pedagogica, una carica emozionale fortissima. In tre giorni siamo stati travolti da parole densissime di umanità, umiltà, impegno, determinazione, libertà ed emozione pura. Sofferenza e riscatto, dolcezza ed ironia, indignazione e intransigenza.
Il reading del libro di Massimo, mai così teatrale e sentito, tra cambi d’abito, commozione e le pagine dei suoi scritti tolte dalla macchina da scrivere, trasformate in aeroplanini e lanciate al pubblico. Un accompagnamento musicale talmente azzeccato da rendere sopportabile anche Renato Zero! E poi i laboratori per gli studenti: un flusso continuo di analisi, denuncia, presa di coscienza, scambio di opinioni ed esperienze. Occhi negli occhi, a cuore aperto. Diceva Carmelo Bene, "a scuola non si apprende, si insegna". In questo caso è avvenuto l’esatto contrario. Massimo ha la capacità di assorbire gli umori dei ragazzi, di capirne le origini, le cause, gli effetti, e la confusione che ne consegue. Conosce le storture della società e i messaggi devastanti che essa manda. Si pone nel mezzo, come filtro di decodifica creando nessi logici tra le assurdità e le atrocità che ci circondano e che cercano di normalizzare tutto alla faccia dell’autenticità.
Paolo Benvegnù ha dimostrato una coerenza quasi irritante. Ha parlato non solo della sua esperienza musicale, caratterizzata dalla sottrazione di tutta la zavorra che gli impediva di volare (un contratto milionario con la EMI), ma anche di sé, della morte del padre quando era adolescente, di amori finiti e della prossima rinuncia a produrre dischi per andare a lavorare in un autogrill, nel turno di notte. Tra un botta e risposta con Massimo si alzava, prendeva la sua chitarra e cantava, anzi, pregava le sue canzoni. Mai così belle, spogliate di tutti gli orpelli e gli arrangiamenti con una voce che graffia e accarezza l’anima. In alcuni momenti si è concesso sprazzi di spassoso cabaret, imitando Ramazzotti e Patty Pravo mentre cantava, in finto portoghese, "ringrazio Dio, che mi ha fatto troppo poco intelligente!" Fenomenale. Ha anche trovato il tempo, nella pausa del soundcheck, per incidere una parte vocale per il nuovo disco dei Liberal Carme. In un attimo si è appropiato di un brano che non aveva mai sentito prima, se le fatto suo, lo ha interpretato magistralmente e poi ci ha ringraziato per averlo coinvolto. Chapeau!
Sabato è apparsa Amina Mazzali ed è stato un vero incanto. Ci sono foto che ritraggono primi piani di ragazze e ragazzi a bocca aperta per ciò che diceva, per come lo diceva. Per il modo in cui faceva dono della sua terribile esperienza nell’Opus Dei, con una dolcezza di una potenza inaudita. Faceva appello ai giovani occhi che l’abbracciavano perché continuassero a guardare lontano, oltre; a pensare con la propria testa, a non soffermarsi mai alla prima impressione, alla superficie. Parole che, uscendo dalla sua bocca, si imprimevano immediatamente nella mente. Un esempio altissimo di sopravvivenza, coraggio e forza di volontà per uscire da una vita vissuta al contrario per riuscire ad incontrare finalmente il proprio nome a rovescio. Se ce l’ha fatta lei…
Si accende la grande lampada dietro al piccolo tavolo che accoglie Carlo Petrini. Breve introduzione sul personaggio, il microfono passa di mano, Carlo pronuncia la prima frase e tutto cambia. La voce più profonda che abbia mai sentito, roba da far sembrare Johnny Cash Farinelli!
Il suo timbro bassissimo si profonde per tutta la sala, penetra i corpi e li fa vibrare. Sembra un monologo studiato. Carlo sembra interpretare se stesso: l’uso delle parole, le pause, la declamazione degli aneddoti della sua vita maledetta. È teatro. Parla del tumore che lo affligge, della quasi completa cecità. Di come tutto questo sia conseguenza del doping, del suo essere stato cavia negli anni ’70 per i campioni a venire. Espia le sue colpe confessandole tutte, senza sconti. Poi lancia strali accusatori al mondo del calcio e ai suoi protagonisti di ieri e oggi, fa i nomi, può farli senza tema di smentita. Nessuno a mai cercato di querelarlo o di sconfessare il contenuto dei suoi libri. Nessuno! E continua a raccontare con amarezza, con un senso di perdita, del suo sperare di rubare altri due, tre mesi alla vita per poter continuare a raccontarsi in giro. La sua è un’invincibile resa e, mentre va a concludere il suo intervento, mi viene da chiedermi se non siano questi gli eroi.
Ultimo giorno. Max Stèfani e il Mucchio. Non la musica bensì la scelta editoriale di dire, denunciare, di essersi faticosamente costruito negli anni un’oasi di verità dove poter e far dire. Coraggio ed onestà anche nell’confessare di non essere poi così duri e puri come si può pensare. Che a volte si cede a convenienze, compromessi e strategie un po’ puttane. Ma chi mai lo direbbe pubblicamente? Chi ammetterebbe che, ad ogni censura, ci scappa la strizzatine d’occhio, il farsene gioco per averne vantaggio con un po’ di vittimismo di maniera? Resta il fatto che il criterio di dedicarsi esclusivamente a ciò che si ritiene qualitativamente rilevante è un esempio di non poco conto.
Chiusura con Luca Bassanese in concerto. Gli ingredienti sono l’impegno civile e l’amore ma è, soprattutto, la genuinità e l’onestà col quale il tutto viene proposto a colpire. Sonorità balcaniche e folk saltellante per un finale fortunatamente all’insegna delle mani che battono al ritmo di una marcia che, come l’utopia, non si sa dove possa portare, ma spinge comunque a mettersi in cammino.
E adesso?
Norman
Questa ragazza mi ha tolto le parole sulle impressioni scaturite dalla rassegna appena terminata. Godetevi il suo scritto.
Prima impressione: facce ed espressioni, tutti in attesa, gambe accavallate. Sul volto un po’ d’agitazione, si sfoga in una risata sottile che taglia un secondo il silenzio, occhi, mani intrecciate, nascoste, appoggiate, sudate. Comincia. Ed è un fluire di parole che scendono dalla voce sicura eppure un po’ emozionata di Massimo, che parte in quarta, ma inciampa in qualche sillaba incrociando i nostri sguardi esigenti. C’è curiosità, voglia di capire dove andrà a parare tutta ‘sta cosa qua... Le mani si rilassano, gli occhi rapiti, le gambe si scrociano. Partiti.
Partiti per un viaggio lungo tre giorni, ad accumulare occhiaie e fame, ma a respirare un’aria leggera che sono storie di vita, che sono persone in carne ed ossa a raccontare chi sono e perché sono lì. Il tutto, sotto una pioggia autunnale a lavare paure e timidezze.
Percorso di terra, di aria di fuoco, a scoprire i lati al buio del mondo, ad incazzarsi, a comprendere, imparare. Massimo distrugge una ad una le difese di ciascuno, parla di noi, di quello che ci circonda e lui lo sa, quanto è difficile. Lo sa, che esistono bulli che d’arroganza fanno forza e poi violenza, che sono qui ovunque, perché sono accettati, anzi, a volte premiati. Lo sa che droga vuol dire non voler avere più a che fare con tutto il resto, vuol dire evasione. E invece ciò che si deve fare è immergersi nel mondo che non ci va, e portare avanti le nostre piccole battaglie contro il non giusto. Immergersi, informarsi, capire. Ragionare con la nostra testa, e scoprire che può essere meraviglioso.
Testimonianze. Di cosa significa scegliere la democrazia, la libertà. Ognuno nel suo campo, ognuno con il suo bagaglio di vita, di colori, di sbagli. Ognuno con la sua rinascita, con la vita stretta tra le dita fragili della difficoltà e lo sguardo pieno d’orgoglio di chi però ce l’ha in mano davvero, questo viaggiare.
Figure strane che si aggirano per la sala in attesa di sedersi vicino a Massimo, che piano li rende foglio trasparente ai nostri occhi. E le loro storie, diventano indignazione e orgoglio regalato a tutti i nostri cuori aperti. Così si avvicendano la dolcezza e il candore di Amina, occhi e capelli d’ebano, voce che trema leggermente per poi sciogliersi in una melodia bianca. Lascia cadere i suoi sbagli sulle nostre teste come fiocchi di neve che non pesano, ma bagnano il volto. E’ semplicissima, lascia veli di perplessità per il suo nitore, regalandosi a noi senza rinunce né esitazioni. Questa è la mia storia, aprite le mani.. questa è la mia nuova voglia di vivere, aprite le vostre emozioni.
L’orrore, che si piega alla dolcezza. I rimpianti, che appesantiscono la voce. E’ così per il fluire caldo che esce anche dalla gola stanca di Petrini, quando comincia a raccontarsi e impietoso ci lascia con il nodo alla gola e la pressione bassa a riflettere sul marcio che sta dietro ad uno schermo, ogni qual volta lo sia accende per assistere ad una partita di calcio, che tutto è tranne gioco, che tutto è tranne divertimento. Lo guardo negli occhi profondissimi appena un attimo prima che lui confessi di essere quasi totalmente cieco. Lo ascolto dire che conta i suoi giorni, e lo dice con un coraggio da soldato della vita, che lascia i suoi errori di giovane uomo alla mercè del nostro giudizio senza cercare una giustificazione, con umiltà. Non è qui per essere processato, e lo sa, che vogliamo solo ascoltare quello che nessun altro ci spiega. Lo racconta con voce armoniosa, con cadenza musicale e note bassissime, e te non puoi non ascoltare. L’uomo dietro al calciatore, è anche più interessante delle sue denuncie. Perché è esempio.
Poi Benvegnù e il coraggio delle scelte, la musica che diventa liberazione totale. Benvegnù che mi guarda e mi dice che per essere scrittrice devo essere coraggiosa quanto per essere donna, perché qua nessuno perdona niente.
E canta e parla, della sua vita e di sé, anche lui si regala come foglia stanca e lascia cadere il mito fatato del cantante vincente, che ha successo potere soldi, mentre delinea il tratto leggero dell’orgoglio di aver scelto di vincere altrove, in sé, in noi, in quello che fa. Anche se poi non ha tanti soldi, e il suo pubblico non riempie gli stadi. Ma guardatelo, è un uomo che ha amore e vita da vendere e stasera, sì, li sta spendendo per noi.
Massimo in tutto questo è la voce portante, che collega tutto e tutti, ed ha lo sguardo meraviglioso quando presenta le persone che stima e ce le descrive con poche parole e mille pause.
È fantastico il silenzio di Massimo, si lascia cadere tra noi e ci abbraccia tutti di dolcezza paterna.
La sua voce, corrente di fiume.
Mi piace girarmi mentre lui parla ad osservare le facce delle persone che mi circondano, è un’alchimia di occhi di tutti i colori e le forme e di pensieri, che si aggrovigliano su domande e risposte e di sorrisi, che lasciano posto al pianto e di nuovo al riso e all’ ironia.
Danza, volti e parole.
Max Stèfani mi è simpatico, comincia a parlare e mi fa sorridere la sua cadenza romana. Lo dice subito, non vuole continuare a dirci che questo mondo è marcio un po’ ovunque e per chiunque, tanto lo sappiamo da noi. Però può spiegarci cosa vuol dire scegliere la libertà di essere un giornalista..Faccio quello che dovrebbero fare tutti, scrivo la verità.. Censura, boicottaggio, querele, può accadere di tutto quando si è onesti. Ma anche in lui c’è amore per ciò che ha deciso di fare, il suo entusiasmo e il suo divertimento di rompere le scatole a destra e manca, menefreghista e leggero come quello di un adolescente, trapela e ci coinvolge tutti.
Non è un gioco essere diversi, andare nella corrente opposta al resto del pensare comune, non è semplice. Le conseguenze ci sono, sono pesanti, incombenti. Ma ne vale la pena.
Luca Bassanese, a chiudere tutto. Mette il punto a tutta questa giostra, e lo mette pieno di colori con una chitarra. L’innocenza trema, perché prima della politica ci sono gli uomini, perché dietro ad un accordo internazionale ci sono gli uomini, perché dietro ad una guerra o alla decisione di una guerra, ci sono gli uomini, perché dietro ad un muro, ci sono uomini. Una voce meravigliosa.
È bellissimo, mi dico. Ha fascino da vendere, ha canzoni ovunque. Non ci capisco niente di musica, riconosco gli artisti che mi piacciono solo dalle emozioni che mi lasciano attaccate alla pelle..Luca sparge brividi. Anche lui è libero, non rende conto a nessuno della musica che fa, si autoproduce e dice quel che vuole. “ …a volte qui mi sento come un foglio trasparente, quello che dico è scomodo, ma non è delirante”.
Si conclude a mezzanotte il suo concerto, la gente non smette di applaudire. Siamo in pochi, ma ci ha emozionati tutti. Poi via, verso casa, con un libro di Massimo e un cd di Bassanese stretti tra le mani, rimestando parole in mezzo alla notte.
La speranza è ciò che ti rimane dentro dopo questi tre giorni , come un seme scomodo che ha cominciato il suo germogliare, e ha radici insidiose. Ognuno di loro ci ha parlato della
propria esperienza negativa, difficoltosa, di tutto quello che non va nel loro mondo, di come non sia facile slegarsi dagli schemi, dalle catene, dai luoghi comuni. Ci hanno descritto il marcio, non con il tono apocalittico e definitivo che usano tutti, ma con la fiducia di chi ce l’ha fatta e ora vive. Perché è possibile, questo ci hanno detto, è possibile, la libertà è possibile, l’indipendenza è possibile, l’orgoglio, la dignità, l’amore, l’umiltà, sono possibili. Nonostante tutto, nonostante la scomodità e l’esclusione. Informarsi e capire è il primo passo, il secondo è ragionare con la propria testa, il terzo è credere nell’importanza dei valori, il quarto è scegliere di essere se stessi, il quinto è lottare..
E così via, camminando, poi correndo, lasciandosi trasportare da una strada in mezzo al niente, che porta appena più in là, verso il volo. Immenso.
Bene