Sdraiato sul letto di un fresco primo pomeriggio d’estate. Odio l’estate? Ombre di foglie di castagno si muovono sulle pareti come capelli al vento. Notturni in sottofondo. Mi lascio sollevare da un sonno breve quanto intenso.
- Pronto?
- Ciao, Norman. Sono Carlo…
- Ciao Carlissimo! Come stai?
- Non molto bene. Ho appena finito il primo trattamento di chemio. Ti chiamo adesso perché tra un paio d’ore sarò al bagno a vomitare e sarà così per i prossimi giorni.
- …
- Hai letto il libro che ti ho dato?
- Non l’ho letto. Lo leggo spesso! È bellissimo. Devi assolutamente inciderle le tue poesie.
- Mh… va bene, senti, magari poi ci si sente qualche volta?
- Contaci!
- Va bene. Ciao.
- Ciao, Carlo…
Prendo il libro, "Alla ricerca di Diego". Viaggio-espiazione di un uomo crollato su se stesso, sulle proprie scelte e i suoi terribili sbagli. Il tentativo di scovare tra le macerie tracce di sollievo, di ricordi, di perdoni impensabili. Di coraggio.
Dicembre 1998
Avevo un figlio,
l’ho perso un giorno d’estate di tanto tempo fa.
Avrà freddo nelle notti d’inverno?
‘Prova a stendere il tuo cuore su di me, papà, mi scalderà’.
La mia vita per te, figlio mio,
per rinascere e vivere insieme
quel che non ho vissuto.
Dolore, amore, rimorso:
terribile è l’agonia di un uomo tradito da se stesso.
Può il padre tradire il figlio?
Ci si nasconde dietro ogni scusa
Poiché la verità uccide.
È Natale oggi, uno dei tanti senza Diego.
Quante volte, quando ero lontano,
ho sognato di passeggiare coi figli
in una città qualsiasi, abbracciato a loro
guardandoli con l’orgoglio di chi guarda la gente che passa
e dice piano: ‘Sono i figli miei!’
L’ultima notte
Quando la morte verrà a prendermi, mi troverà sicuramente fra le braccia di una donna.
Dolce sarà l’addio alla vita come le labbra di quella donna, delicata come la punta dei suoi capelli, seducente come la voglia nascosta da un velo trasparente in una notte d’agosto, allo stesso tempo terribile come un esercito schierato in battaglia
iniqua come solo la morte sa essere.
Unica, perché non ci sarà mai una seconda volta.
E mi chiedo, "perché io?". Com’è che mi ritrovo alla fine sempre circondato dal dolore? Come se tutti mi morissero intorno, a volte. Accerchiato, come in un auto assedio da iniziali, nomi spezzati in un foglio elettronico che tentano di sbocciare, aprendosi a chi credono sappia ascoltare, assorbire, lenire.
Come Occhibassi che pare voglia cancellarsi come un errore.
Come Pellediluna che fugge, inseguendosi s’irraggiunge.
Come Kina che s’innamora sempre dell’amore.
E come Carlo, che mi ha visto un paio di volte e mi cerca così, per fare due chiacchiere dal suo abisso di solitudine invincibile.
Eppure anch’io avrei bisogno di me. Ma sono come un endofita, un parassita della dolenza che cerca sempre una crepa nella terra arida e secca, in fondo, giù negli interstizi del dolore, freddo e felpato. Alla ricerca di quella nota misteriosa, ma che deve esserci, tra un tasto e l’altro del pianoforte. È un bisogno!
Forse perché lì è tutto più vero, almeno.
Forse perché ci si trova più a proprio agio col malessere altrui.
Forse perché la fragilità è forte, di fronte ad un’incomprensione.
Forse perché non si è capaci di uscire davvero, raccontarsi, dichiararsi. E allora si reagisce con spruzzi d’acido e veleno, a proteggersi dal sentire, ad attaccare indirettamente chi sa farlo. A provocare la propria gogna e denigrazione e svalutazione da parte di chi ammiri e stimi. Come l’urlo "AMATEMI!" di Pentothal ma di segno opposto. Come usare gli altri per costringersi a sé.
Sarà colpa delle troppe difese. Della parte nefasta maschile che sovente prevale su quella femminile, sempre vincente. Chissà.
Riprendo a leggere…
da "La fotografia"
"…e la mente cerca di cancellare quel ricordo che non c’è, mentre il pensiero vola negli abissi della memoria alla riscoperta di quel tempo vissuto insieme."
"Se io sapessi perché sono qui, non sarei qui"
Carmelo Bene