domenica, 23 marzo 2008, ore 11:29

Violady
                                                             Ispirato a "Musica" di Yukio Mishima
namroN
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categoria : 085 musica
giovedì, 20 marzo 2008, ore 13:00

Mirror                          Foto di Mike Marchionni

"... meglio di chiunque altro, Dostoevskij ha capito che l'uomo non accetterà mai la vita senza fare domande, finché non sarà minacciato d'estinzione. Era sua credenza, sua profonda convinzione, direi, che l'uomo può avere la vita eterna se la desidera con tutto il suo cuore e il suo essere. Non esiste ragione di morire, nessunissima ragione. Moriamo perché ci manca la fede nella vita, perché ci rifiutiamo di arrenderci completamente alla vita... E questo mi porta al presente, alla vita come la conosciamo oggi. Non è ovvio che tutto il nostro modo di vivere è una consacrazione alla morte? Nei nostri disperati sforzi per conservaci in vita, e conservare quel che abbiamo creato, provochiamo la nostra stessa morte. Non ci arrendiamo alla vita, lottiamo per evitare di morire. Questo non significa che abbiamo perduto la fede il Dio, ma che abbiamo perduto la fede nella vita stessa.

 Vivere pericolosamente, come dice Nietzsche, è vivere nudi e senza vergogna. Significa avere fiducia nella forza della vita e smettere di battagliare con un fantasma chiamato morte, un fantasma chiamato malattia, un fantasma chiamato peccato, un fantasma chiamato paura, e così via. Il mondo fantasma! Questo è il mondo che abbiamo creato per noi stessi. Pensa ai militari con i loro eterni discorsi sul nemico. Pensa al clero, con i loro eterni discorsi sul peccato e sulla dannazione. Pensa ai medici, con i loro eterni discorsi di malattie e morte. E ai nostri educatori, i più grandi schiocchi che mai siano esistiti, con le loro pappagallesche panzane e la loro innata incapacità di accettare un'idea, a meno che non abbia cento, mille anni. In quanto a quelli che governano il mondo, abbiamo la gente più disonesta, più ipocrita, più illusa e più priva di immaginazione che si possa immaginare. Fingi di preoccuparti del destino dell'uomo.

 Il miracolo è che l'uomo abbia accettato perfino l'illusione della libertà. No, la strada è bloccata, da qualsiasi parte ti volti. Ogni muro, ogni barriera, ogni ostacolo che ci circondano sono opera nostra. Nessun bisogno di tirare in ballo Dio, il diavolo o li caso. Il Signore di tutto il creato fa un pisolino, mentre noi risolviamo il cruciverba. Gli è consentito di privarci di tutto, meno che della mente. E' nella mente che la forza vitale ha trovato rifugio. Tutto è stato analizzato fino ad arrivare al nulla. Forse ora il vuoto stesso della vita acquisterà un significato, fornirà lo spunto"

                       Henry Miller - Nexus (1959)
namroN
domenica, 16 marzo 2008, ore 18:04

Questo post si pone idealmente a fianco di quello scritto ieri da NonNatoDaDonna.
Le poesie sono tratte dal libro di Roberto Fabbrini  "Le ombre lunghe della sera".


XII


L'ultima volta che ho guidato l'auto,
l'ultima volta che ho corso,
l'ultima volta
che ho camminato,
l'ultima volta
che ho sceso
o salito le scale,
l'ultima volta
che sono salito
in mansarda
o che sono sceso in cantina;
l'ultima volta
che sono uscito
da solo;
l'ultima volta
che ho passeggiato per il bosco;
l'ultima volta
che ho preso un libro
dalla libreria;
l'ultima volta
che ho scattato
una foto;
l'ultima volta che sono
stato in vacanza;
l'ultima volta
che ho partecipato
a uno spettacolo.

L'ultima volta
che
mi sono
girato da solo
nel letto;
l'ultima volta
che ho tossito;
l'ultima volta
che mi sono grattato...
l'ultima volta
che ho dato un bacio
o una carezza.

Non ho mai saputo
che quella
sarebbe
stata
l'ultima volta:
l'ho capito
solo più tardi.

Quante altre
centinaia di volte
potrei dire
"l'ultima volta che..."
Adesso
mi chiedo sempre:
- Sarà questa l'ultima volta
che esco di casa?
Sarà questa
l'ultima volta
che riesco a stare
un po' in poltrona?
Sarà questa l'ultima volta
che riesco
a mangiare da solo?
Sarà questa
l'ultima volta che faccio l'amore?
Sarà questa
l'ultima volta
che riesco a stare un po'
senza
respiratore?
Sarà questa l'ultima volta? -


Roberto Fabbrini - attore, regista, autore, scrittore, educatore, uomo, tra gli amici più antichi -  ha scritto il libro più doloroso che abbia mai letto (ma la componente affettiva, forse, falsa un po' la prospettiva).
Sa di avere i giorni contati, ma non è lui a tenere il conto. Nel tempo indefinito che gli rimane, pare tentare di mettere tutto il possibile a posto, a fuoco.
Come la SLA non gli fa sconti, così lui non risparmia nulla alla malattia.
L'aspetto più sorprendente, nella sua scrittura, è la lucidità e la precisione con cui descrive la sua vertigine, il suo cadere sempre più giù, guardando però costantemente verso il cielo, verso i suoi angeli.
In questo davvero eroico: sottrarsi a un'ingiustizia per la quale non incolpa niente e nessuno.

Guardare in faccia la morte, ogni minuto della giornata, senza mai distogliere lo sguardo, fisso negli occhi, senza paura di avere paura.
C'è tanto da imparare...

VII

Non ti vedrò invecchiare,
amore mio.
Non accarezzerò
i tuoi capelli bianchi,
non sorreggerò
le tue membra stanche,
non ti starò vicino
nei momenti del bisogno:
è rimasto ben poco
del bel marito
che giurò di amarti,
rispettarti
e sostenerti
fino a che, appunto,
morte non ci avesse separati.
E' toccata a te
la parte più grossa
del nostro impegno d'amore.

Perdonami
se talvolta
faccio stringere il tuo cuore
fina a farlo "diventare
come una castagna"
ma dove potrei governare
il mio
quando si ritrova ad essere piccolo
come un chicco di grano?

Non avrei voluto
abbandonare così presto
il nostro cammino;
avremmo avuto da fare
ancora
tante belle cose;
avrei potuto porgerti
ancora tante volte il braccio;
avrei desiderato regalarti
ancora e poi ancora
tante volte
il mio sorriso;
avrei continuato
ad onorare felice
la nostra prima notte.
Invece non potrò
nemmeno accompagnarti
alle nostre nozze d'oro.
Chissà
che festa avremmo fatto?

E non vedrò neppure
il tuo matrimonio,
figlio mio:
non ti potrò aiutare
né in casa
né sul lavoro;
non conoscerò i tuoi figli,
non giocherò con loro,
non gli farò regali.
E' rimasto ben poco
anche del padre
orgoglioso e fiero
che sognava
ancora tanti momenti
di condivisione,
ancora tante occasioni
per parlare al prurale.
Perdonami se qualche volta
ti ho deluso:
sono sempre stato
orgoglioso di te
e mi sono sempre adoperato
per non deludere
le tue aspettative.

Se mi sarà concesso,
vi sarò comunque vicino,
sempre:
altrimenti
vi lascerò i miei angeli
perché possiate
parlare al plurale con loro
al posto mio.

Roberto ha lavorato tantissimi anni coi e per i disabili. La malattia lo ha fatto passare, con impietosa ironia, per quasi tutti gli handicap che ha trattato, alleviato, migliorato negli altri. Quando è stato costretto al pre-pensionamento sono stato chiamato a sostituirlo. Tra i tanti lavori in legno che ha lasciato, ce n'è uno che mi ha sempre sottilmente infastidito. Una frase scritta con lettere di legno su di una tavola, composta prima della malattia, che troneggia sullo scaffale a lavoro, "Qualunque giorno la sorte ti riservi, segnalo tra i fortunati". Da ieri, dopo aver assistito alla presentazione del suo secondo libro, ha acquisito un senso anche per me. Ora che l'ho vista anche stampata su carta possiede una forza che prima non coglievo, che quasi denigravo per la sua aura di infinita, illusoria speranza che non mi appartiene.
Che Roberto la ribadisca e sottolinei nell'oggi, fa cadere ogni residua difesa. Ci tocca vivere ogni giorno, ma per farlo veramente serve un coraggio che non ho, e che Roberto ha da vendere, e invece regala.

XXXII

Mi dite
di non mollare
di tenere duro,
di avere coraggio,
di non perdere mai
la speranza,
di accettare la realtà.
Fate bene,
probabilmente
avete ragione,
probabilmente
solo così
posso
andare ancora avanti.

Mi dite
che sono bravo,
ammirate la mia forza
e la mia pazienza,
mi ringraziate
per l'esempio
che a vostro avviso
vi do di giorno in giorno.
Non lo so
se fate bene,
questo mi confonde:
non mi pare
di fare cose eccezionali.

So solo
che mi piacerebbe alzarmi,
prendere
mia moglie e mio figlio
e andarmene un po' via:
uscire
ad incontrare la gente,
ad incontrare il sole
e chiedergli
di restituirmi tutto ciò
che mi ha portato via;
di donarmi ancora,
con la stessa compassione
con cui me le aveva
già affidate,
tutte le cose
che hanno accompagnato
le esperienze
e gli incontri
di una vita
povera di rimpianti,
priva di rimorsi
e ricca di emozioni,
di persone straordinarie,
di conoscenze e di saperi
sufficienti
a farmi credere,
nonostante tutto,
che è giusto pensare:
"Qualunque giorno
la sorte
ti riservi,
segnalo
tra i fortunati"
,
perché
nella peggiore delle ipotesi,
la peggiore
o la più brutta esperienza
che si può vivere
contribuisce anch'essa
ad avvicinare un poco di più
al senso vero
di questa nostra
faticosa
ma
straordinaria esistenza.
namroN
mercoledì, 12 marzo 2008, ore 15:14

Misteri della fede.

Ci sono certe prese di posizione che provocano, in alcuni (molti), le stesse reazioni che facevano scaturire gli eretici ai bei tempi. Ne sto sperimentando 3.

 

“Sport”.

Se di fronte a qualche appassionato si osa tentare di intavolare una discussione sul fatto che il calcio non è altro che un Subbuteo per umanoidi drogatissimi e dirigenti corrotti, si levano subito scudi imbarazzanti ed infantili. Si passa per il bulletto che si diverte a boicottare il giochino dei più piccoli, per un rompicoglioni. Solo da qualche rarissimo tifoso si può sentir dire, al massimo, “d’altra parte non è un caso, se si parla di fede calcistica”. Niente di più, niente di meno.

 

Religione.

Qui il discorso è stato affrontato più volte. Vale la pena ricordare che “eresia” significa semplicemente “scelta”. Certe scelte però, come quella di ritenere un alibi nevrotico la possibilità che esista qualcosa dopo la vita, vengono viste come il fumo negli occhi. Spaventano, ed è comprensibile. Molto di più del caso precedente. La sensazione è quella di essere considerati peggio dei satanisti. Quelli, almeno, in Qualcosa credono.

 

Elezioni.

Analogo il discorso sull’andare o meno a votare. Non starò qui a ribadire le ragioni che mi portano, purtroppo, a confermare la mia astensione. Già fatto abbondantemente anche questo. Credo esista un tipo di astensione totalmente menefreghista ed un altro tipo decisamente attivo. Ritengo il fare politica qualcosa di più del mettere una crocetta, credo sia qualcosa come un impegno quotidiano. Mi ha fatto sorridere una teoria secondo la quale chi non vota non dovrebbe usufruire della Sanità, dei trasporti ecc... Io sapevo che l’erogazione dei servizi derivava dalle tasse e non dal votare. Se così fosse, votare sarebbe obbligatorio. Semmai dovrebbero essere gli evasori fiscali ad essere esentati dai beni pubblici!

E se non avessimo alcuna garanzia in fatto di elezioni libere da brogli? Che fine farebbero tutti i discorsoni sulla democrazia partecipativa? (vedi fine post).

 

Nel frattempo Beppe Grillo si impossessa, senza vergogna, del 25 aprile per replicare le sue rivoluzionarie iniziative, facendo calare un velo spesso di distrazione da ciò che dovrebbe significare quel giorno per tutti noi. Il precedente 8 settembre poteva anche starci come ripresa storica dell’armistizio, ma la liberazione? Perché?
Nel frattempo il PD commette la “svista” di dimenticarsi di riportare, nel proprio statuto, i valori della Resistenza e dell’Antifascismo.

Nel frattempo il PDL candida un dichiarato nostalgico fascista, Ciarrapico.

Buona visione (nel senso di allucinazione).

namroN
sabato, 08 marzo 2008, ore 08:08

Lo scorso anno trattai l'argomento '8 marzo' così.
Non mi pare sia cambiato granché, sebbene, quest'anno, il bailamme sulla legge 194 abbia ricompattato sensibilmente le donne. Ma quanto durerà questa ritrovata unione d'intenti e d'identità?

Questa volta opto per una luminosa riflessione, tratta da un libro che mi ha sorpreso molto. Nient'altro da dire.

Rimango sempre di stucco davanti alla libertà delle donne. Noi le vediamo come esseri subalterni, ci divertiamo alle loro futilità, le cambiamo quando ormai sono sciupate, e ognuna di loro è capace di coglierci alla sprovvista, stendendoci davanti vastissimi campi di libertà, come se sotto alla loro obbedienza, un’obbedienza che sembra cercare se stessa, costruissero le mura di un’indipendenza rude e illimitata. Dinanzi a queste mura noi, che credevamo di sapere tutto dell’essere inferiore che a poco a poco abbiamo addomesticato o abbiamo trovato addomesticato, ci ritroviamo disarmati, inesperti e spaventati: quel cagnolino che tanto volenterosamente si rotolava per terra, sulla schiena, mostrando il ventre, d’un balzo si mette in piedi, fremente d’ira, e all’improvviso i suoi occhi ci sono estranei, occhi profondi, sfuggenti e ironicamente indifferenti. Quanto i poeti romantici dicevano (o dicono ancora) che la donna è una sfinge, avevano ragione, che Dio li benedica. La donna è una sfinge, e dev’esserlo, perché l’uomo si è impadronito di ogni conoscenza, di ogni sapere, di ogni potere. Ma tale è la fatuità dell’uomo che alla donna è bastato erigere in silenzio i muri dell’ultimo rifiuto, perché lui, sdraiato all’ombra, quasi fosse sdraiato sotto una penombra di palpebre obbedienti, potesse dire, convinto: “Non c’è niente al di là di questa parete.”
 Tremendo  errore da cui non ci siamo ancora risvegliati.

  José Saramago - Manuale di pittura e calligrafia

namroN
sabato, 01 marzo 2008, ore 09:39

Io non posso vedere le lacrime delle ragazze, no, perché far piangere una ragazza è più irreparabile che sposarla. Perché le lacrime son tutta infanzia, perché le lacrime versate testimoniano una pena così profonda che tutti gli anni di incallimento sociale e di ragionevolezza scoppiano e riaffogano in quella fonte riaperta dell'infanzia della creatura primitiva incapace di male.


                           William Shakespeare
namroN

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