sabato, 21 febbraio 2009, ore 08:35

danza delle mani
namroN
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categoria : 130 angelus
mercoledì, 18 febbraio 2009, ore 17:28

-       Si può quindi insegnare a vivere? È possibile imparare a vivere al di fuori del dolore dell’esperienza? Si può accettare e affermare la vita? In particolare oggi, quando è così di moda maledire?

Il professore annuì con entusiasmo.

-       Imparare a vivere è innanzitutto imparare ad amare la vita, che vuol dire amare e basta. Aprite le finestre, il cielo, gli oceani: l’amore entrerà a fiotti. Poi, ben imbevuti d’amore, bisogna imparare non a morire ma a non morire. E non morire è proprio trasmettere la propria vita nel compiere l’opera e la visione che se ne è avuta.

-       Quale visione?

-       Lascerò la risposta a Baudelaire: “È dunque con la poesia e attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, che l’anima intravede gli splendori situati dietro la tomba”. Baudelaire crede che le lacrime che versiamo scoprendo il Bello rivelino la nostra natura esiliata nell’imperfezione mentre vorrebbe affermare subito, qui sulla terra, il paradiso che le viene rivelato. Mi capisce?

-       Sì. Ho sempre creduto al paradiso da trovare, al paradiso in terra.

-       Brava! Facciamo una scommessa. Se non troviamo altro senso alla nostra vita, questo interludio tra il vuoto precedente, quando non eravamo ancora sulla terra, e il vuoto futuro, quando saremo scomparsi, ci resta pur sempre da credere di poter sapere creare, in questo istante miracoloso e misterioso della nostra presenza, un paradiso. Entriamo in competizione con l’Eden originario.

-       Ci sto! – dissi con slancio, ridendo.

 

Decisamente, il sosia di Pierre Barbizet m’incantava: serio e insieme faceto, leggero e grave. “Ci vogliono molti anni per diventare giovani” diceva Picasso.

-       Ha la chiave di questo paradiso? – ripresi.

-       L’abbiamo tutti: si crea nel preciso istante in cui due esseri s’incontrano nel medesimo slancio di generosità reciproca. Ma l’incontro deve avvenire nella condizione ideale di libertà totale di ognuno, e l’uomo è davvero libero solo quando crea. È lì che Dio si nasconde.

-       Capisco: la vita trova senso nel paradiso dell’opera e l’opera trova senso nella sua trasmissione viva e vitale. È così?

-       Sì. Credere nella vita è credere nella sua potenza e per penetrarvi dobbiamo liberarci da ogni superstizione, dalla tragedia del voler essere amati, riconosciuti, applauditi a ogni costo… che ci porta a odiare. La potenza della vita è lo slancio verso l’altro, la capacità di amarlo e ammirarlo senza voler esercitare nessun tipo di potere su di lui, nel rispetto assoluto della sua libertà. Vede, si torna al rapporto tra maestro e discepolo. Ciò che può corrompere questo rapporto essenziale è proprio il bisogno di celebrazione, di applausi, il desiderio di sminuire l’altro per tenerlo sotto la propria ala. Quando solo la potenza della vita è all’opera – la potenza e non il potere – allora siamo liberi, come gli uccelli nel cielo o i pesci nel mare. Per questo, né la musica, né la pittura o la scrittura, né nessun altra arte può avere un fine in se stessa, perché la vita non è qualcosa di personale.

 

Aggrottai la fronte. C’era qualcosa che mi sfuggiva nel rapporto tra la finalità dell’arte e la vita. Glielo dissi.

-       Se l’espressione artistica è una celebrazione della vita, in  un movimento assolutamente libero – mi spiegò con voce pacata – allora l’artista accetta di dissolversi in essa. Per dirla prosaicamente: nessuna arte può essere utilizzata per fini di gloria o vanità personali. La creazione è più grande del suo creatore, lo sovrasta, lo assorbe. Ecco perché bisogna resistere alla tentazione, sdegnare la celebrità per celebrare soltanto la vita.

-       Creare, interpretare, significa innanzitutto imparare ad essere liberi?

-       Sì. È la grande lezione degli artisti, degli eroi e dei santi. Ma non basta essere liberi, non è un fine in se stesso. Bisogna essere liberi di imparare il grande alfabeto della creazione, per scrivere, qui e ora, il paradiso. Allora ogni scritto diventa, inevitabilmente, una lettera d’amore. “Quando scrivo, ti amo” dice Auden. Di fatto, bisogna spingere il concetto ancora oltre: si dovrebbe morire solo per amore, e non di una morte tragica; bisognerebbe creare solo per superare questa morte e smettere di creare solo nella morte. 


Hélène Grimaud        

 

namroN
domenica, 01 febbraio 2009, ore 10:11

"Vivere fino all'ultimo con coerenza il proprio straordinario destino significò, nel momento estremo, disattenderlo"

Kawabata Yasunari
namroN

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