Insomma mi è proprio impossibile mantenere l'anonimato! E dire che prima mi riusciva tanto bene passare inosservata e godere della fantastica condizione di sconosciuta!Devo ammettere però che il fatto che il mio commento sia rimasto senza nome è dovuto all'incurabile distrazione di cui sono affetta... come dire, sono una di quelle persone che hanno "leggermente" la testa tra le nuvole. Mi
ha sorpreso molto il fatto che Massimo mi abbia riconosciuta, mi ha stupita la sua risposta, davvero... una volta di più, mi ha quasi sconvolto. Quello che ho scritto a te e a lui è verità: credo che si possa fare molto per i giovani, per
noi giovani. Anche se guardandomi intorno ogni tanto mi prende un certo sentimento di sconforto, perchè vedo tanta indifferenza sui volti, o peggio,
tanto interesse camuffato malamente sotto un menefreghismo di comodo. Mi fa male vedere anche che i più forti, qua, sono i più aggressivi, i più
prepotenti. I duri, i cinici. E non c'è spazio per il confronto nè per la fragilità. E' un mondo capovolto, e a volte viene la tenatazione di rigirarsi e guardarlo a testa all'ingiù, solo per un attimo, giusto per verificare chi sono i folli e chi no. Sinceramente però non so nemmeno io bene cosa intendo quando dico "si può fare qualcosa"..io, nel mio piccolo, mi comporto secondo gli ideali in cui credo, cerco di avere un'apertura mentale libera dai pre-giudizi, mi informo, cerco di sapere e di capire, provo anche a intrufolarmi in qualche
centro di assistenza per fare volontariato (ma la burocrazia arriva sin lì, purtroppo)... ma che altro? Perchè mi piacerebbe fare di più.
Benedetta
Ciao Benedetta,
Innanzi tutto lascia che ti ringrazi per il messaggio lasciatomi sul mio blog fresco di giornata, ma soprattutto per la tua mail. Se ho insistito perché tu mi contattassi è per i motivi che hai scritto. Ho visto nei tuoi occhi lo slancio di cui parla Massimo nei suoi incontri. Occhi da cerbiatto vivace ma ferito, volenteroso e incazzato, deluso, desideroso di qualcosa di diverso. Un cerbiatto che pretende di meritare di più.
Anche in una persona disillusa come me, in questi casi, si accende qualcosa e si atomizza.
Concordo. Si può fare tanto, ci vuole poco per partire ma bisogna farsi il mazzo durante il cammino ed essere pronti a perdere. Osare è perdere, si sa. Ma per certe anime non c'è altra via che il rinnovare il proprio intento perché, come diceva Caponnetto "ogni battaglia intrapresa non è mai persa".
Il tuo smarimento lo capisco, quando dici che non sai bene cosa intendi col "fare qualcosa". Io sono arrivato a un punto in cui, dopo essere partito, da studente delle superiori, con le piccole rivoluzioni collettive (per la cronaca l'ITIS di Abbadia ha vissuto la sua prima occupzione per causa mia, mentre era occupato il mio istituto facevo il giro di tutte le scuole dell'Amiata con la legge finanziara in una mano e il megafono nell'altra. Feci casino in 6 scuole, la tua compresa. Tutte occuparono o autogestirono, e tieni presente che a metà anni '90 occupare la scuola non era una moda rituale come adesso. Avevamo tutti violentemente contro).
Cosa è per me fare qualcosa? Confrontarmi con persone come te e smetterla di credere nelle moltitudini, nelle piazze, nei movimenti. Tutto, dopo un po' si sciolglie, implode. Credo di aver capito perché. L'uomo ha un ingestibile bisogno di appartenere, di riunirsi in branco, da animale quale è. Che si tratti di partito, religione, squadra di calcio, pacifismo o club della canasta succede sempre la stessa cosa. Si abbraccia ciecamente la mente comune del gruppo, dimenticandosi di sé. Si stempera il senso critico, si appanna la vista. Anziché "guardare" (verbo attivo) ci si riduce a "vedere" (passivo). Ho provato ad aderire tante volte a questa modalità di vita ma sempre mi sentivo smarcato, fuori tempo e solo. Ho capito che non funziona, non fa per me. Tra l'esser soli in gruppo ed esserlo da solo ho preferito la seconda, più autentica. Ecco allora che ho realizzato che, anche pedagogicamente parlando, se "si può fare qualcosa" si può farlo nel singolo, non nel collettivo. Partire da sé stessi senza risparmiarsi nulla, ma anche vivendosi tutto in prima persona. Vincere o perdere solo la propria posta in gioco. Che poi la posta la si voglia puntare sul volontariato o sul giocare in borsa non è affar mio. Basterebbe che ciò fosse sentito e consapevole.
Se fai così, e credo che tu già lo faccia, ti ritrovi a frequentare poche persone, ma essenziali. Tagliando i rami secchi, le teste vuote come camere d'aria ti ritrovi tutti contro, ma senza parole, solo fiato insulso che alimenta polmoni inutili anche per un trapianto. Sola ma vera. Se puoi permetterti di guardare lo specchio e accettare ciò che vedi hai già vinto. Se riesci ad applaudire i tuoi balli solitari e gratificarti di ciò che scrivi, hai già trovato un senso.
Questo mi piace fare. Pormi in ascolto, cercare di capire per capirmi. Non c'è niente di più bello e autentico di una persona che ti apre il suo scrigno, che di dona anche solo per un attimo quello che pensa, che ha dentro, di qualsiasi cosa si tratti.
Ti ringrazio anche di questo, Benedetta, di darmi la possibilità di conoscerti.
Abbracciati da parte mia
Osare è perdere. Ma è anche ritrovare.
Grazie per le tue parole, sono una conferma alla mia volontà.
Da sognatrice a sognatore,
Benedetta.