giovedì, 01 febbraio 2007, ore 16:17

Massimo Del Papa - Il mio mestiere è questa vita

Il nuovo disco di Massimo Del Papa è un concept album come non ne uscivano da tempo. Dopo quell’intenso e doloroso requiem for a dream che fu il precedente "Milano Funeral" il Nostro addentra ancor più il tiro, e stupisce in commozione e impegno. Quando si parla di certi libri è più opportuno considerarli come veri e propri album, in vinile. Qui di musica ce n’è a bizzeffe ed eterogeneamente coinvolgente. Dal punk-rock di Troppa morte, Tempo sprecato e Lamento di un qualunquista qualunque a ballate dolcissime come Un sogno color cioccolato, Lugano e Serenata corsara, dal cantautorato di Favole?, Il sale della terra, Tre euro e 27 gennaio, giornata della memoria al jazz di Per sempre al blues apocalittico di Mondo flipper e tant’altro ancora. Politica, amore, società, giornalismo, solidarietà, rabbia, solitudine, dolcezza, Pasolini, le scolaresche incontrate in giro per l’Italia, resa e riscatto. Dipinti di scenari crepuscolari, irrimediabilmente persi. Accelerazioni improvvise, sussulti poetici. Muri di suono alternati a pause improvvise, a vuoti dissonanti. Armonie classiche su ritmi western, melodie in 4/4 su basi dispari. Album per molti aspetti zappiano. Dal continuum che lo lega tutte le sue opere passate all’attitudine multi-dimensionale dell’espressione. Laddove Zappa scherzava seriamente, qui Del Papa s’indigna con amore. Ossimori solo apparentemente tali. Opera crudele, ove per crudele s’intende il riconoscimento del reale come non-senso. Uniche note dolenti, i diversi refusi sparsi qua e là e l’imperdonabile trascrizione errata del titolo di una canzone del genio di Baltimora.

Per il resto non si può che augurare la lettura di questa musica di carta, che non è reperibile in nessuna libreria, può essere richiesta direttamente all’autore, il quale si è voluto smarcare completamente da ogni vincolo di sorta, in totale, libera autarchia; producendo il tutto col solo, prezioso, apporto della moglie Claudia. Anche questa è una chiave di lettura sul concetto che informa quest’opera: la necessità di smascherare l’ipocrisia che ammanta questo Paese svuotato di tutto tranne che del superfluo, del violento e del corrotto. La necessità di una completa e onorevolmente suicidaria indipendenza umana ed editoriale. Una padronanza di sé pagata senza sconti e che disturba, scompone l’altrui quieto vivere. Disarma il cuore della sua corazza, e questi s’incazza. Il prefetto connubio in un immaginario duetto tra Paolo Benvegnù e Giorgio Canali.

Si consiglia la lettura accompagnata da un buon disco di Davis o Coltrane. Meglio ancora crearsi la possibilità di sentirlo performare direttamente dall’autore. Un’esperienza dentro l’esperienza. Una voce ora tagliente ora struggente, con quella calata bastarda e tradita, come altrimenti non potrebbe essere.

Massimo Del Papa: l’unica canzone decente dei Rolling Stones!

Un libro che fa male. Un disco che fa bene.

namroN

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