mercoledì, 14 febbraio 2007, ore 16:45

"Incidente ferroviario: morte 16 persone, tra le quali 5 donne"

"Albanese investe bambino di 8 anni e fugge con la macchina"

"Il noto giornalista si è finalmente dichiarato gay"

Questi sono alcuni semplici esempi di come la nostra società percepisce se stessa e gli altri. Difficilmente è distinguibile l'ideologia e la discriminazione dietro a certe frasi, in quanto esse fanno parte da sempre del nostro lessico e del nostro esperire quotidiano.

Eppure, a pensarci un attimo, ciò che sottostà a certe visioni è piuttosto evidente: salvare la propria faccia e scagliarsi violentemente su un capro espiatorio di minoranza. Gioco facile e ben collaudato in un Paese come l'Italia che non è mai stato avvezzo a fare davvero i conti con se stesso.

Nel primo esempio si evince come il maschilismo imperi ancora incontrastato. Lo specificare la presenza di donne tra un gruppo di vittime "evidentemente" formato da uomini crea uno scollamento tra le due componenti e un dislivello preoccupante: 16 "persone" tra le quali 5 "donne". Verrebbe da chiedersi se le donne possano o meno considerarsi persone. Quest'atteggiamento è ben visibile in tutti gli strati delle società, delle religioni e delle culture dominanti, dalle formazioni dei Consigli dei Ministri fino alla periferia più degradata e culturalmente arretrata, ed è inquietante rilevare come, alla fin fine, sia uno dei pochi aspetti che unisce una nazione.

A ciò va aggiunta la complicità silenziosa della donna, la quale spesso accoglie certe concessioni come conquistata libertà. Altre volte invece delega il proprio sacrosanto diritto di essere quello che desidera nella volgare e vacua kermesse ipocrita dell'8 marzo.

Ancora oggi ci si stupisce divertiti di donne musiciste, di donne arbitro, di donne manager, come se per fare certe cose si dovesse avere attitudini superiori, ma superiori a chi? E quando ciò accade sono le donne stesse a definirsi "donne con le palle". Bella soddisfazione, come dire che per ottenere una vera parità si deve raggiungere il peggio del maschile.

Il secondo esempio, con quel linguaggio così professionalmente frequente nei mezzi di comunicazione di massa, e di conseguenza nella bocca di tutti, manifesta bellamente l'ideologia e il razzismo che sta alla base di certe affermazioni. Conferma altresì il continuo difendersi a colpi di "guarda noi come siamo più buoni degli altri". Conferma la nostra innata ritrosia ad accettare l'altro come fonte di arricchimento culturale. Anche qui, specificare l'appartenenza etnica separa irreparabilmente la ragione dal delirio.

Se prendessimo alla lettera il messaggio potremmo concludere che se una riprovevole azione viene fatta da uno dei nostri è un contro, nell'altro caso aggiunge invece un surplus di gravità inaccettabile. Questo modus operandi ha già piantato le sue radici, a tal punto dall'apprendere sbigottiti che "un albanese ha sventato una rapina"(!)

Il terzo esempio. In questo caso la divisione è trasversale e in un certo senso democratica. Sottolineare ancora che l'orientamento sessuale non ha nulla che vedere col valore intrinseco di una persona pare scontato e frustrante. Tuttavia è dura a morire una dicotomia concettuale diametralmente opposta e, onestamente, sfocata. Da una parte il solito ritornello omofobo di una retorica quasi imbarazzante, dall'altro una volontà di autoaffermazione spesso esasperata e fine a se stessa, riassumibile con un liceale slogan tipo "gay is better" (sic!). Molte sono le analogie con la condizione della donna, ma anche dello straniero. Un continuo e affannoso doversi distinguere e diversificare, facendo spesso il gioco di chi non accetta queste "varianti sociali". Il doversi, o volersi, dichiarare gay è legittimo ma cela, a volte, un senso di emancipata colpevolezza, come a dover giustificare certi sospetti. Se fosse questa la logica, tutti dovrebbero allora dichiarare il proprio orientamento sessuale, indistintamente.

Nel mondo, ovunque esista una reale commistione di culture è presente una maggiore armonia sociale e politica. Guardare agli altri come occasione di confronto e accrescimento è l'unico modo per ridurre il livello di conflitto. Questo riguarda sia i dislivelli interni (donna, classe sociale, paese limitrofo, nord-sud ecc...) che esterni, come l'immigrazione. Chi lascia il proprio paese non inficia la cultura del Paese che lo "accoglie", rischia semmai di perdere la propria. Ciò che manca è l'occasione di conoscere l'altro, la preparazione ad accogliere concezioni del mondo diverse ma non per questo inconciliabili. Sarebbe un punto di partenza fondamentale per costruire davvero una cultura di pace.

"Non c'è volontà di comprendere e questo corrompe la società, cui riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là"

Cristiano Godano

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